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Su richiesta, questo percorso può essere proposto anche in presenza per gruppi già formati all’interno di aziende, associazioni, palestre, studi di yoga e pilates, centri benessere, studi e realtà del territorio interessate a ospitare un percorso.

 

La possibilità di svolgimento in presenza è valutabile per le province di Pavia, Milano, Monza e Brianza, Alessandria, Lodi e Piacenza.

 

Quotazione su richiesta.

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Giudizio, etichette e mindfulness

2026-04-20 16:52

Manuela Crovatto

Mindfulness, Riconoscere e gestire le emozioni, mindfulness, giudizio, etichette, ascolto-di-se, comprensione,

Giudizio, etichette e mindfulness

I giudizi e le etichette ci impediscono di conoscere e vedere davvero. Accorgersene può trasformare profondamente il nostro modo di percepire e vivere.

Ci sono parole che usiamo in automatico come etichette da apporre: egoista, esagerata, difficile, fragile, inaffidabile, pigro, buono, cattivo, troppo sensibile, sbagliato, inadeguato.

A volte le appoggiamo sugli altri, altre le rivolgiamo contro noi stessi, e quasi sempre ci sembrano oneste, come se stessimo semplicemente descrivendo la realtà.

 

Spesso però non stiamo descrivendo la realtà, ma stiamo dando un'interpretazione, usando la nostra storia, i nostri valori, le nostre credenze, la nostra cultura e la nostra esperienza.  

Quando iniziamo a guardare tutto quello che ci circonda o noi stessi, attraverso etichette rigide, succede qualcosa di cui non ci accorgiamo, quasi mai: smettiamo di vedere davvero.

 

Gran parte del nostro modo di pensare si regge su categorie nette. 

Normale o anormale. Accettabile o inaccettabile. Meritevole o da correggere. Forte o debole. Capace o incapace. 

Questo modo di leggere la realtà sembra rassicurante, perché semplifica, riduce la complessità, ci dà l’impressione di sapere subito dove collocare una persona, un comportamento, un’emozione, perfino noi stessi, ma ha un costo altissimo.

Ci abitua a trasformare ciò che accade in una definizione. 

Non diciamo più soltanto: “ha fatto una cosa che mi ha ferito” ma “è una persona sbagliata”. 

Non diciamo più: “oggi non sono riuscita a fare questa cosa” ma “sono un disastro”.

E così, senza accorgercene, un fatto diventa identità.

 

Le etichette danno una sensazione di comprensione immediata. 

Se dico “quella persona è arrogante”, sembra che abbia compreso ogni aspetto della sua personalità, se dico “sono incapace”, sembra che abbia spiegato il mio errore, amettendo di non poter fare le cose in modo corretto perchè non ne sono capace.

In realtà, questo modo netto di definire le cose può sembrare rassicurante, ma non ci aiuta a vedere davvero che cosa è successo, quali emozioni sono in gioco, quali paure, quali bisogni, quali ferite, quali automatismi.  Si limita a dare una conclusione annullando la comprensione di quello che accade.

Etichettare è diventato più importante che comprendere perchè le etichette sono la modalità che ci permette di reagire più velocemente.

 

Questa è una distinzione fondamentale, anche se spesso la ignoriamo.

Osservare significa notare con attenzione quello che è accaduto, slegandolo dal giudizio.

Giudicare significa dire che cosa quel fatto “dimostra” sulla persona.

Questa è una distinzione fondamentale, anche se spesso la ignoriamo.

 

Se dico: “mi hai interrotto tre volte mentre parlavo”, sto descrivendo un fatto. 

Se dico: “sei irrispettoso”, sto già facendo un salto, sto trasformando un comportamento in una diagnosi.

Se dico: “oggi non ho consegnato quel lavoro”, sto osservando, se dico: “sono inaffidabile”, sto già costruendo una condanna.

Quel salto ci sembra piccolo, ma cambia tutto perché nel primo caso resta spazio per capire, nel secondo, il significato è già stato chiuso.

 

Molte persone soffrono non solo per quello che accade, ma per il tipo di sguardo con cui si guardano.

Davanti a un errore, a un fallimento, a una difficoltà o a un momento di fragilità, il linguaggio interno diventa spesso spietato. 

“Non dovevi sbagliare. Dovevi farcela meglio. Gli altri ci riescono. Tu no. Non sei abbastanza. Non cambierai mai.”.

A quel punto non stiamo più solo vivendo una difficoltà, viviamo anche noi stessi come “il problema”.

Il giudizio in questo caso è crudele e provoca ferite profonde. 

Riduce lo spazio interno, irrigidisce il corpo, alimenta vergogna, confronto, paura di sbagliare, bisogno di difendersi o di sparire.

 

Quando qualcosa ci attiva troppo, la mente vuole chiudere in fretta. 

Vuole sapere chi ha torto, chi ha ragione, cosa significa ciò che è successo, da che parte stare. 

Vuole ridurre l’incertezza.

Il giudizio, in questo senso, è spesso un tentativo di controllo: se riesco a classificare, mi sento meno esposto; se riesco a decidere subito che l’altro è il problema, o che io sono il problema, almeno ho una spiegazione, magari dolorosa, ma chiara.

Solo che quella chiarezza spesso è rigida e spesso non è reale. 

 

Di solito l’esperienza interiore si muove molto in fretta. 

Arriva un pensiero, una sensazione, un’emozione, una reazione dell’altro, e la mente corre subito a classificarla.

La mindfulness non ci chiede di non avere giudizi ma di accorgerci che stanno arrivando.

Ci invita ad osservare la nostra mente mentre esprime un giudizio e a riconoscerlo come tale, non come una verità definitiva.  

La mindfulness ci permette di osservare le cose così come sono, prima di trasformarle in una conclusione.

Questo passaggio che sembra insignificante cambia profondamente il nostro rapporto con l’esperienza. Non siamo più immediatamente trascinati da ogni interpretazione che compare, possiamo osservare meglio, scegliere di non reagire attuando comportamenti automatici ma prenderci il tempo per respirare e scegliere come rispondere.

 

Quando Jon Kabat_Zinn definisce la mindfulness come “prestare attenzione intenzionalmente, senza giudizio” non ci chiede di non giudicare, di perdere il nostro senso critico o di fingere che vada tutto bene. 

Quando si parla di non giudizio si invita ad osservare quello che c'è, anche se pensiamo di conoscerlo già e osservarlo, come se lo incontrassimo per la prima volta, con curiosità, senza trasformare subito quello che vediamo in un'etichetta.

Ad esempio posso riconoscere che una conversazione mi ha ferito senza arrivare immediatamente alla conclusione che l’altro sia una pessima persona, posso osservare uno sbaglio, cercando di capire dove, come e cosa mi ha portato a sbagliare, senza trasformare l’errore in una prova del mio scarso valore. Posso sentire rabbia senza decidere che la rabbia mi renda cattivo, che sia un'emozione da allontanare subito e accorgermi di avere una diffcoltà, senza trasformarmi nella diffcoltà stessa.

 

Uno dei passaggi più liberanti che la mindfulness rende possibili è questo: smettere di coincidere del tutto con i propri pensieri.

Dire “sono sbagliata” è molto diverso dal dire “sto avendo il pensiero di essere sbagliata”.

Dire “sono un fallimento” è molto diverso dal dire “in questo momento mi sto raccontando che sono un fallimento”.

La seconda formulazione non nega il dolore, introduce quello spazio di cui abbiamo bisogno.

La stessa cosa può avvenire anche verso gli altri. 

Invece di dire “è un incapace”, posso accorgermi che in questo momento sto leggendo quella persona in modo molto duro, accorgermene significa capire che non sono obbligata a trasformare subito la mia reazione in verità assoluta.

 

Se il giudizio chiude, la curiosità apre.

La mindfulness ci invita proprio a farci domande: Che cosa è successo davvero? Che cosa sto sentendo? Che cosa sto dando per scontato? Quale parte di me si è attivata qui? Sto osservando un fatto, oppure sto già raccontandomi una storia sulla persona? Sto leggendo la realtà, oppure sto leggendo la mia paura, la mia ferita, la mia difesa?

Questo non è semplice perché molte delle certezze sulle quali poggiano le fondamenta della nostra vita, quando le guardiamo meglio, si rivelano molto più fragili di quanto sembrassero, e molte etichette nascondono proprio questo: la fatica di restare abbastanza presenti da tollerare la complessità.

 

Il primo passo è accorgersi del momento in cui arriva un giudizio. 

Spesso è velocissimo e accorgersene richiede pratica per ascoltare o notare una contrazione nel corpo, una conclusione immediata sull’altro o su di sé, il tono di voce con cui ci parliamo o parliamo all'altro.

 

Il secondo passo è distinguere il fatto dalla storia che stiamo costruendo intorno al fatto. 

Che cosa è successo davvero? Che cosa sto aggiungendo io?

 

Il terzo passo è tornare al corpo. 

Il giudizio non è solo un’idea, spesso arriva con tensione, chiusura, accelerazione, rigidità. 

Notare il corpo aiuta a non restare intrappolati solo nella testa.

 

Il quarto passo è cambiare linguaggio, almeno dentro di sé. 

Non “sono sbagliato”, ma “sto provando vergogna”. 

Non “sono un disastro”, ma “ho fatto una cosa che non mi piace e mi sto attaccando per questo”. 

Non “l’altro è insopportabile”, ma “mi sento molto attivato da quello che ha fatto”.

Non “non valgo niente” ma “ho paura che nessuno mi vorrà mai così come sono”.

 

Infine, aiuta moltissimo spostare l’attenzione dai giudizi ai bisogni. 

Che cosa, in questa situazione, ho sentito toccato/calpestato/maltrattato in me? 

Di che cosa avevo bisogno? 

Che cosa potrebbe star cercando, in modo confuso o disfunzionale, anche l’altra persona?

Queste domande rendono la realtà più comprensibile e meno rigida.

 

Lavorare sul giudizio non significa smettere di avere opinioni, non provare fastidio o diventare persone sempre morbide e impeccabili.

Significa non essere governati in modo cieco dal primo giudizio che compare, lasciare spazio per vedere, un po’ di libertà per non trasformare ogni errore in vergogna e ogni conflitto in condanna.

E in questo spazio, molto spesso, le relazioni cambiano, anche quella con noi stessi.

I contenuti e tutte le mie proposte sono certificate, riconosciute e orientate al benessere, alla consapevolezza e alla crescita personale. 

Non costituiscono né sostituiscono psicoterapia, trattamenti medici o prestazioni sanitarie.

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