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Su richiesta, questo percorso può essere proposto anche in presenza per gruppi già formati all’interno di aziende, associazioni, palestre, studi di yoga e pilates, centri benessere, studi e realtà del territorio interessate a ospitare un percorso.

 

La possibilità di svolgimento in presenza è valutabile per le province di Pavia, Milano, Monza e Brianza, Alessandria, Lodi e Piacenza.

 

Quotazione su richiesta.

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La storia delle emozioni: da Darwin a Ekman, Plutchik e Keltner

2026-03-28 07:34

Manuela Crovatto

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La storia delle emozioni: da Darwin a Ekman, Plutchik e Keltner

Conoscere la storia delle emozioni ci aiuta a vivere meglio.

Per secoli, e in parte ancora oggi, le emozioni sono state guardate con sospetto e soprattutto in ambito lavorativo come qualcosa da “lasciare a casa”.

 

Nella cultura occidentale hanno spesso occupato un posto scomodo: da una parte inevitabili, dall’altra considerate inferiori rispetto alla ragione, quasi un rumore di fondo da tenere sotto controllo.

Eppure, se oggi la scienza delle emozioni ha una direzione molto più chiara, è proprio perché alcuni studiosi hanno smesso di considerarle un inciampo e hanno iniziato a prenderle sul serio. 

 

La storia moderna delle emozioni nasce così: non dal tentativo di eliminarle, ma dal desiderio di capire che cosa sono, a cosa servono e perché influenzano così profondamente il nostro modo di pensare, scegliere e stare in relazione.

 

Il punto di partenza di questa storia è Charles Darwin

Nel suo libro, “L'espressione delle emozioni nell'uomo e negli animali”, datato 1872, propone un’idea innovativa per il suo tempo: le emozioni umane non sono qualcosa di separato dal resto della natura, ma fanno parte della nostra storia evolutiva. 

I comportamenti espressivi dell’essere umano, secondo lui, hanno continuità con quelli degli altri animali e non possono essere compresi davvero se estorti dal loro contesto biologico. 

Questa visione ci ha aiutato a smettere di pensare alle emozioni come qualcosa di interiore e ci ha aiutato a riconoscerle come fenomeni osservabili, legati all'evoluzione, alla sopravvivenza, alla comunicazione e alla vita sociale. 

È da qui che la scienza contemporanea delle emozioni comincia davvero.

 

Se Darwin ha posto le fondamenta evolutive, Paul Ekman ha dato alla scienza delle emozioni una forma molto più precisa e concreta definendo cosa rende un’emozione un’emozione. 

 

Le emozioni, in questa prospettiva, non sono pensieri qualsiasi né umori vaghi. 

- Sono risposte rapide, in gran parte automatiche, spesso non richieste, attivate da valutazioni immediate di ciò che per noi conta.

-Ci accadono, non sono qualcosa che decidiamo di provare. 

- Insorgono velocemente, sono attivate da valutazioni automatiche e immediate legate al significato emotivo che attribuiamo a quello che accade. 

- Tendono a durare poco, anche se i loro effetti possono protrarsi. 

- Hanno una base in parte universale, condivisa tra culture diverse. 

 

Questo ha cambia radicalmente il modo di guardare la vita emotiva. 

Le emozioni non sono più semplicemente “sentimenti soggettivi”. 

Diventano processi riconoscibili, con componenti fisiologiche, espressive e cognitive. 

E soprattutto diventano informative: ci segnalano qualcosa di importante, rischioso, prezioso o problematico e preparano il corpo e la mente a una risposta. 

 

In questa fase della storia si colloca anche Robert Plutchik che  sviluppa una teoria psicoevolutiva delle emozioni e propone uno dei modelli più noti e intuitivi: la ruota delle emozioni

Secondo il suo modello, esistono otto emozioni “madri” organizzate in coppie diametralmente opposte che possono variare di intensità e combinarsi tra loro per generare le emozioni “figlie”, ovvero le emozioni complesse.

Questo modello mostra che le emozioni non sono scatole chiuse: possono essere più o meno intense, si mescolano fra di loro, hanno un'emozione opposta. 

Ad esempio, la paura può essere terrore o apprensione; la rabbia può essere irritazione o collera, l'aspettativa puà diventare aspettativa o aggressività a seconda che si mescoli con la gioia o con la rabbia.

Plutchik ci aiuta a capire che la vita emotiva ha una struttura dinamica.

 

Ed è proprio questa intuizione a essere molto utile nella vita quotidiana. 

Più riconosciamo le sfumature, meno siamo costretti a vivere tutto in modo confuso. 

Dire “sto male” è già qualcosa, ma non è la stessa cosa che accorgersi se siamo delusi, frustrati, feriti, spaventati, esclusi o sopraffatti. 

Quando il linguaggio emotivo si fa più preciso, anche le nostre scelte diventano più precise.

 

Con Dacher Keltner la scienza delle emozioni compie un altro passo importante. 

Se una parte della ricerca iniziale si è concentrata soprattutto su poche emozioni di base, spesso negative, Keltner contribuisce ad allargare lo sguardo. 

Le emozioni non sono solo risposte rapide a minacce o opportunità. 

Sono anche sistemi morali e relazionali, che organizzano cooperazione, connessione, significato e appartenenza. 

Keltner è importante anche per il suo lavoro sulle emozioni positive e su stati come amusement, awe e flow. 

Il punto forte è che le emozioni positive non vengono più trattate come semplici momenti piacevoli, ma come stati che ampliano il pensiero, rendono più facile considerare alternative, aumentano creatività, apertura e capacità di prendere la prospettiva degli altri. 

 

Dacher Keltner ha dato un contributo enorme anche allo studio dell’awe, la meraviglia reverenziale. 

In un lavoro molto citato con Jonathan Haidt, l’awe viene descritta come un’emozione legata a due elementi: la percezione di qualcosa di vasto e il bisogno di riorganizzare i propri schemi mentali per contenerlo. In altre parole, ci sono esperienze (natura, arte, grandezza morale, spiritualità, nascita, morte, bellezza profonda) che ci fanno sentire piccoli non in senso umiliante, ma in senso trasformativo.

Questo allargamento è importante perché sposta la scienza delle emozioni oltre il solo linguaggio della minaccia e della difesa. Le emozioni servono anche a legare, a orientare il senso morale, a costruire comunità, a farci uscire da un io troppo stretto.

 

Oggi sappiamo che la scienza delle emozioni è ancora giovane e non possiede una tavola periodica definitiva degli stati emotivi. 

Si tende a parlare di circa venti emozioni principali, ma il punto è che la realtà soggettiva è più sfumata e più continua di quanto qualunque elenco riesca a restituire. 

 

Non conta solo se un’emozione è positiva o negativa, ma anche se è calma o energizzante, se spinge all’avvicinamento o al ritiro.

Strumenti come il Mood Meter di Marc Brackett nascono proprio per aiutare a riconoscere meglio queste differenze. 

 

Oggi la scienza vede le emozioni come processi che guidano il pensiero e guidano l’azione. 

La rabbia, per esempio, orienta verso colpa, responsabilità e ingiustizia da affrontare; la tristezza ci rende più sensibili alla perdita e alle circostanze esterne; le emozioni positive ampliano il campo del pensiero e facilitano cooperazione e creatività. 

 

Questo è forse il cambiamento più importante di tutta la storia delle emozioni. 

Non chiedersi più se siano razionali o irrazionali, buone o cattive, nobili o primitive. 

Ma chiedersi: che cosa stanno cercando di farci vedere? A quale problema ci stanno preparando? Quale forma di adattamento, difesa, connessione o apprendimento stanno rendendo possibile?

 

Conoscere la storia delle emozioni non serve solo a sapere chi ha detto cosa. 

Serve a vivere meglio.

Serve, per esempio, a non trattare la rabbia come un difetto del carattere, ma come un segnale da decifrare. Serve a non scambiare la tristezza per debolezza. 

Serve a capire che la paura non è sempre un limite, ma spesso un sistema di protezione. 

Serve a riconoscere che emozioni come gratitudine, compassione, stupore o tenerezza non sono stati secondari, ma esperienze che orientano profondamente le relazioni e la qualità della vita.

Serve anche a fare meno confusione dentro di noi. Molte persone vivono in un generico “sto male”, “sono nervoso”, “sono giù”, senza riuscire a distinguere davvero ciò che stanno provando, ma se non sappiamo nominare bene un’emozione, facciamo anche più fatica a regolarla, comunicarla e trasformarla. Un conto è dire “sono stressato”, un altro è accorgersi che, in realtà, sotto quello stress ci sono paura, frustrazione, vergogna, tristezza o senso di impotenza.

 

Conoscere le emozioni cambia anche la qualità delle relazioni. 

Ci aiuta a leggere meglio il volto, il tono, la postura, il silenzio degli altri. 

Ci rende meno impulsivi nelle interpretazioni. 

Ci permette di capire prima quando un conflitto sta salendo, quando qualcuno si sta chiudendo, quando una conversazione ha bisogno di più ascolto e meno difesa.

 

E cambia anche il modo in cui prendiamo decisioni, perché le emozioni non sono il contrario della ragione. 

Sono una parte del materiale con cui ragioniamo e se non sappiamo leggerle, rischiamo di subirle. 

Se invece impariamo a riconoscerle, possono diventare una bussola capace di portarci sani a destinazione.

 

I contenuti e tutte le mie proposte sono certificate, riconosciute e orientate al benessere, alla consapevolezza e alla crescita personale. 

Non costituiscono né sostituiscono psicoterapia, trattamenti medici o prestazioni sanitarie.

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