Lavoriamo in ambienti digitali da così tanto tempo che spesso non ci facciamo più caso.
Apriamo il computer e iniziamo, finisce una call e ne segue un'altra, inviamo un'email e cerchiamo un file, rispondiamo a un messaggio su Teams e ci ricordiamo di quello ricevuto su WhatsApp, passiamo da una notifica a una riunione, da una riunione a una decisione da prendere in fretta. Tutto questo ci sembra normale, e in parte lo è, perchè il lavoro oggi funziona così.
Il punto è che non sempre ci chiediamo che cosa questo modo di lavorare stia facendo, nel tempo, alla nostra attenzione, al nostro corpo, e alla qualità della nostra presenza.
Quando si parla di lavoro digitale, di solito la conversazione si ferma su due aspetti: la comodità e la distrazione.
Da una parte, gli strumenti digitali ci permettono di lavorare con più flessibilità, più velocità, più accesso alle informazioni e più possibilità di collaborare a distanza.
Dall’altra, sappiamo bene che portano con sé notifiche continue, frammentazione, sovraccarico e una sensazione diffusa di essere sempre reperibili.
Ma forse il punto più delicato è un altro.
Il problema non è solo che il lavoro digitale ci distrae ma che, poco alla volta, può renderci più difficile riuscire ad ascoltarci mentre lavoriamo.
Uno studio recente sulla mindfulness nel lavoro digitale (Mindfulness in the digital workplace: an
explorative study of the compatibility of mindfulness and technology di Sammy J. S. Wrede, Tobias Esch and Maren M. Michaelsen del 2025) descrive bene questo passaggio.
Gli autori mostrano che la digitalizzazione del lavoro non porta solo efficienza e flessibilità, ma anche una forma specifica di stress: digital stress, o technostress.
Tra gli effetti più citati compaiono l’iperstimolazione, il multitasking, il “meeting hopping”, la difficoltà di recuperare davvero e il confine sempre più sfumato tra lavoro e vita privata.
In altre parole, non stiamo solo lavorando tanto ma lavoriamo in un ambiente che ci tiene in uno stato di attivazione continua.
Questo, in chiave mindful productivity, cambia molto il modo in cui guardiamo il problema.
Perché se pensiamo che la questione sia solo organizzativa, cercheremo di risolverla sistemi migliori, e una parte della soluzione è sicuramente lì, ma non basta.
C’è una parte del problema che riguarda la qualità della nostra esperienza interna.
Riguarda il fatto che una giornata di lavoro piena di passaggi rapidi, input multipli, interruzioni costanti e sovraccarico può farci perdere contatto con segnali molto semplici e molto importanti: la tensione che si accumula nel corpo, il respiro che si accorcia, la soglia attentiva che cala, l’irritabilità che sale, la stanchezza che non sentiamo finché non è troppo tardi.
Non ci accorgiamo subito di stare andando oltre, di solito ce ne accorgiamo quando siamo già saturi.
C'è un punto che gli autori chiamano tipping point: è il momento in cui la tecnologia smette di sostenerci e comincia a sostituirci.
Succede quando non usiamo più uno strumento per aiutarci a tornare presenti, ma iniziamo a delegargli una parte della nostra consapevolezza, per esempio quando aspettiamo che sia il dispositivo a dirci se siamo stressati, stanchi o fuori equilibrio, invece di coltivare la capacità di notarlo direttamente.
In quel punto, non stiamo più usando la tecnologia come supporto, ma come protesi dell’ascolto di noi stessi.
Invece di sviluppare più contatto con i nostri ritmi interni, rischiamo di affidarci sempre di più a segnali esterni per capire come stiamo, ma una giornata lavorativa sana non si costruisce solo su ciò che misuriamo; si costruisce anche sulla capacità di percepire, accorgerci quando stiamo entrando in una modalità reattiva, o notare quando non siamo più davvero presenti in ciò che facciamo e che quello che ci serve non è un modo per andare più veloci ma una pausa, un contatto umano, un piccolo rientro.
Lo studio propone due direzioni complementari per rendere il lavoro digitale più mindful.
La prima riguarda il contesto: ripensare il workplace design, cioè il modo in cui gli ambienti digitali sono organizzati, per ridurre danni evitabili alla salute mentale e fisica.
La seconda riguarda il comportamento: fermare il pilota automatico, modificare le routine, ridurre gli stressor digitali, cambiare il modo in cui abitiamo i nostri strumenti.
In pratica, significa che non basta chiedere alle persone di gestirsi meglio se il sistema è costruito per frammentarle, ma non basta nemmeno cambiare il sistema, se continuiamo a lavorare in automatico, senza mai fermarci a notare come stiamo dentro quel sistema.
È qui che, secondo me, la mindful productivity può fare la differenza facendo spazio alla consapevolezza all'interno del lavoro digitale così com’è, nel mezzo delle giornate.
Questo può voler dire ad esempio ritagliare degli spazi vuoti tra un’attività e l’altra, invece di passare da una call a un’altra senza nessuna soglia o ridurre le notifiche non solo per concentrarsi meglio, ma per abbassare il livello di reattività del sistema nervoso.
E ancora: notare tre o quattro segnali corporei durante la giornata (ad esempio mandibola, spalle, respiro, velocità dei pensieri) prima di arrivare alla saturazione, fermarsi ogni tanto a chiedersi non solo “cosa devo fare adesso?”, ma anche “come sto facendo quello che sto facendo?” o più semplicemente “come sto?”, perché spesso il problema non è solo il carico di lavoro ma il modo in cui ci stiamo dentro.
La tecnologia può aiutarci ma non può fare al posto nostro il lavoro più delicato: restare in contatto con la nostra esperienza mentre lavoriamo.
La domanda più onesta da porsi è un’altra: in questo modo di lavorare, riesco ancora a sentirmi mentre lavoro?
Perché a volte il vero costo del lavoro digitale è la distanza che crea tra noi e ciò che ci sta succedendo dentro.
Ed è proprio lì che la mindful productivity può diventare una pratica concreta per impedire che il lavoro digitale consumi anche quella parte di noi che dovrebbe aiutarci a capire quando è il momento di rallentare, di respirare, di fermarci, o semplicemente di tornare presenti.
