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Su richiesta, questo percorso può essere proposto anche in presenza per gruppi già formati all’interno di aziende, associazioni, palestre, studi di yoga e pilates, centri benessere, studi e realtà del territorio interessate a ospitare un percorso.

 

La possibilità di svolgimento in presenza è valutabile per le province di Pavia, Milano, Monza e Brianza, Alessandria, Lodi e Piacenza.

 

Quotazione su richiesta.

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Cos'è davvero la vergogna?

2026-03-31 13:06

Manuela Crovatto

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Cos'è davvero la vergogna?

La vergogna è un'emozione sociale, legata al nostro rapporto con gli altri, al nostro misurarci con gli altri e alla timore di essere rifiutati

La vergogna è una delle emozioni più difficili da attraversare, e forse anche una delle più silenziose, una di quelle che abbiamo paura di condividere, e che ci vergognamo di provare.

Spesso si nasconde, si traveste da chiusura, rigidità, perfezionismo, bisogno di sparire, rabbia improvvisa o distanza dagli altri. Eppure, quando c’è, lascia un segno molto riconoscibile: la sensazione di sentirsi sbagliati, esposti, visti nel modo peggiore possibile.

 

A differenza di emozioni come la paura o la rabbia, che tendono a rivolgersi verso qualcosa fuori da noi, la vergogna ci piega spesso verso l’interno. 

Non dice solo “ho fatto qualcosa che non va” ma  “c’è qualcosa che non va in me”, ed è proprio per questo che può essere così dolorosa.

 

La vergogna non riguarda solo chi ha bassa autostima o chi ha vissuto esperienze estreme, in una certa misura, è un’emozione umana molto comune.

Possiamo provarla quando ci sentiamo giudicati, rifiutati, umiliati, smascherati, non all’altezza, troppo vulnerabili, troppo esposti, o quando pensiamo di non corrispondere a ciò che ci si aspetta da noi. 

A volte nasce da un errore reale, altre volte nasce solo dalla percezione di essere visti male. 

A volte riguarda qualcosa che abbiamo fatto, altre volte riguarda qualcosa che pensiamo di essere.

La vergogna può emergere in una conversazione, in una relazione affettiva, sul lavoro, in famiglia, nel corpo, nella sessualità, nei risultati, nell’essere diversi, nell’avere bisogno, nel non riuscire, nel sentirsi “troppo” o “non abbastanza”.

 

Come tutte le emozioni, anche la vergogna non è nata per caso, ha una funzione sociale. 

In origine, potremmo dire che serviva a segnalare il rischio di rottura del legame, di esclusione dal gruppo, di perdita di valore agli occhi degli altri. 

È un’emozione che ci rende estremamente sensibili a come veniamo visti dentro un gruppo, dentro una relazione, dentro una comunità.

Da questo punto di vista, la vergogna è collegata alla nostra natura profondamente relazionale. 

Gli esseri umani hanno bisogno di appartenenza, riconoscimento, accettazione e la vergogna si attiva quando sentiamo che tutto questo è minacciato.

 

Il problema è che questo sistema, in alcune persone o in alcuni contesti, può diventare troppo severo e allora non segnala più soltanto un possibile errore da correggere ma inizia a trasformare la persona intera nel problema.

 

Vergogna e colpa non sono la stessa cosa, spesso vengono confuse, ma non coincidono.

 

La colpa riguarda più facilmente un comportamento: ho fatto qualcosa che ritengo sbagliato, dannoso o incoerente con i miei valori. 

In questo senso la colpa può anche aprire alla riparazione: posso riconoscere l’errore, chiedere scusa, modificare qualcosa.

 

La vergogna, invece, tende a essere più globale: non colpisce solo ciò che ho fatto, ma il mio senso di identità. Non dice solo “ho sbagliato”, ma “sono sbagliato”, ed è proprio questo spostamento che la rende molto più difficile da sostenere.

 

Quando siamo dentro la vergogna, spesso non sentiamo desiderio di riparare; sentiamo più facilmente il bisogno di nasconderci, sparire, difenderci, giustificarci, attaccare o chiuderci.

 

La vergogna ha un linguaggio molto corporeo. 

Il corpo si ritrae, lo sguardo si abbassa, il viso si scalda. 

Si vorrebbe diventare invisibili, a volte si arrossisce, a volte si sente un nodo in gola, una stretta allo stomaco, un crollo improvviso dell’energia, ma non sempre la vergogna appare fragile o dimessa. 

A volte si manifesta come durezza, come sarcasmo, irritazione, ipercontrollo, bisogno di apparire impeccabili, perfezionismo, freddezza.

 

Questo è importante da capire, perché molte persone non riconoscono la propria vergogna proprio perché la vivono solo nelle sue forme difensive. 

Non si sentono “inermi”, si sentono tese, arrabbiate, rigide, controllanti, e sotto, molto spesso, c’è proprio una paura profonda di essere viste come insufficienti, manchevoli o indegne.

 

La vergogna diventa particolarmente pesante quando smette di essere un’esperienza occasionale e diventa un clima interno, quando non riguarda più un episodio, ma il modo in cui una persona guarda sé stessa.

In questi casi può infiltrarsi ovunque, può portare a nascondersi, a compiacere troppo, a lavorare sempre di più per meritarsi valore, oppure a ritirarsi e smettere di esporsi.

Una delle cose più dolorose della vergogna è che spesso si autoalimenta nel silenzio. 

Più ci sentiamo vergognosi, meno mostriamo la parte di noi che soffre, e meno la mostriamo, più quella parte resta sola, senza possibilità di essere vista in modo diverso.

 

La vergogna è profondamente relazionale: cresce molto facilmente in contesti in cui ci sentiamo giudicati, umiliati, ridicolizzati, paragonati, esposti senza protezione o accolti solo a condizione di essere all’altezza.

Per questo il modo in cui veniamo guardati dagli altri conta tantissimo. 

Un ambiente duro, ipercritico o poco sicuro può aumentare moltissimo la tendenza alla vergogna. Al contrario, una relazione calda, rispettosa, capace di vedere il limite senza trasformarlo in disprezzo può fare una differenza enorme.

La vergogna, infatti, non si scioglie quasi mai con l’umiliazione, si scioglie più facilmente attraverso esperienze di accoglienza, dignità e comprensione.

 

Molte persone parlano di ansia, di stress, di tristezza, perfino di rabbia, ma non si parla quasi mai della vergogna, e questo non è casuale.

La vergogna è difficile da nominare perché espone, per riuscire a nominarla, bisogna già uscire un po’ dal suo potere. 

Bisogna tollerare il rischio di essere visti mentre ci sentiamo vulnerabili e questo, quando la vergogna è forte, è esattamente ciò che la persona teme di più.

 

Per questo si parla più facilmente dei suoi effetti che di lei: “non mi sento a mio agio”, “non ce la faccio”, “non voglio farmi vedere così”, “mi chiudo”, “divento aggressivo”, “mi controllo troppo”, ma sotto queste frasi, a volte, c’è proprio la vergogna.

 

Qui entra in gioco una risorsa fondamentale: l’auto-compassione.

Quando una persona prova vergogna, di solito è già molto dura con sé stessa. 

Si giudica, si punisce, si svaluta, si vergogna perfino del fatto di sentirsi vulnerabile. 

In questo senso la vergogna non arriva mai da sola: spesso porta con sé una forma di aggressività interna molto forte.

 

L’auto-compassione non cancella la responsabilità e non trasforma tutto in assoluzione, ma fa una cosa molto importante: interrompe l’accanimento. 

Permette di dire “sto vivendo qualcosa di difficile” invece di “sono sbagliato”. 

Permette di restare in contatto con il dolore senza trasformarlo subito in condanna.

Questa differenza è enorme perché una parte della sofferenza legata alla vergogna non nasce solo dall’emozione in sé, ma dal modo in cui ci trattiamo quando la proviamo.

 

La mindfulness e la consapevolezza emotiva possono essere molto utili proprio quando le emozioni diventano intense, trattenute o “dense”, cioè non espresse e non elaborate davvero. 

Questo vale anche per la vergogna. 

La mindfulness non serve a far sparire ciò che proviamo. 

Serve a creare un po’ di spazio tra l’emozione e la fusione totale con essa. 

Aiuta a notare come la vergogna si sente nel corpo, quali pensieri attiva, quali automatismi mette in moto e questo spazio è prezioso, perché riduce la probabilità che la vergogna guidi tutto in modo cieco. 

 

Quando iniziamo a osservare un’emozione invece di identificarci completamente con essa, qualcosa cambia, non perché il dolore sparisca, ma perché smette di coincidere totalmente con ciò che siamo.

 

Un altro punto importante è che la vergogna, come altre emozioni difficili, diventa più gestibile quando aumenta la nostra consapevolezza emotiva. 

Sapere distinguere tra emozione, umore, sensazione fisica e tendenza più duratura aiuta molto a non confondere tutto. 

A volte diciamo “mi sento sbagliato”, ma in realtà stiamo vivendo un episodio di vergogna molto forte. 

A volte diciamo “sono fatto così”, quando invece siamo dentro uno stato emotivo che sta colorando in modo estremo il modo in cui ci vediamo. 

Dare un nome più preciso a ciò che proviamo è già un modo per non esserne completamente dominati. 

 

Attraversare la vergogna in modo più sano non significa negarla o forzarsi a sentirsi bene. 

 

Significa prima di tutto riconoscerla. Chiedersi: sto sentendo di aver sbagliato, oppure sto sentendo di essere sbagliato? Mi sto proteggendo, o mi sto punendo? Mi sto nascondendo perché ho bisogno di tempo, o perché temo che se mi mostro verrò disprezzato?

 

Aiuta molto anche scegliere bene a chi mostrarsi. 

Non tutta l’esposizione è terapeutica. 

La vergogna ha bisogno di relazioni abbastanza sicure, non di sguardi invasivi o giudicanti. 

Ha bisogno di contesti in cui si possa essere visti senza essere ridotti al proprio punto fragile.

 

Aiuta poi rallentare gli automatismi: il ritiro totale, la durezza, il perfezionismo, la difesa aggressiva. 

 

E aiuta imparare, poco alla volta, a stare con l’imperfezione senza trasformarla subito in prova di indegnità.

 

La vergogna cresce nel giudizio e nel silenzio, ma spesso comincia a sciogliersi quando incontra consapevolezza, dignità, relazione sicura e un modo un po’ più gentile di guardarci.

I contenuti e tutte le mie proposte sono certificate, riconosciute e orientate al benessere, alla consapevolezza e alla crescita personale. 

Non costituiscono né sostituiscono psicoterapia, trattamenti medici o prestazioni sanitarie.

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