A volte è difficile decidere di fermarsi davanti a qualcosa che è già abbastanza buono per essere consegnato così com’è.
Rileggi la mail, cambi una frase, poi un’altra.
Cambi un font, poi un colore, poi un grafico.
Riapri un file solo per controllare un’ultima cosa e ti dici che ci vorranno due minuti.
Poi però passa molto più tempo del previsto.
E spesso succede fuori orario, quando potresti già aver chiuso tutto, dedicarti alla tua vita, a ciò che ti ricarica, alle persone che ami.
La cura è importante.
Rileggere, assicurarsi che chi legge capisca quello che vogliamo dire, senza inutili giri di parole, con rispetto anche per il tempo degli altri.
Sono cose importanti. Parlano di attenzione, di cura, di maturità, di professionalità.
Ma quando cambi la stessa frase dieci volte, rivedi la grafica cinque, rimetti mano a una strategia che avevi già definito, forse sotto non c’è solo cura.
A volte quello che ci tiene lì non è il lavoro in sé, ma il disagio che proviamo nel lasciarlo così com’è.
Quella sensazione che forse potrebbe ancora essere migliore.
Che forse ti è sfuggito qualcosa.
Che forse, se lo mandi adesso, qualcuno noterà proprio il punto che tu non hai notato.
E ancora una volta ti sembrerà di non aver fatto abbastanza bene il tuo lavoro.
Il perfezionismo, da fuori, può sembrare cura, dedizione, precisione, attenzione.
Ed è proprio per questo che è difficile riconoscerlo.
Se sei quella che fa sempre bene le cose, che controlla tutto con attenzione, che dà sempre qualcosa in più, diventa difficile vedere il momento in cui quel modo di lavorare smette di aiutarti.
E inizia semplicemente a chiederti più di quello che ti restituisce.
Finisci il compito, ma continui a pensarci.
Ripensi a cosa si poteva migliorare, a cosa potresti aver sbagliato, a come avresti potuto farlo diversamente.
Torni a casa e lo riapri.
Vai a letto tardi.
Ti restano poche ore di sonno prima di ricominciare.
E intanto succede qualcosa di molto silenzioso, che logora giorno dopo giorno.
Il lavoro diventa più pesante.
Ogni compito comincia a portarsi addosso più pressione di quanta dovrebbe.
Ed è qui che la mindful productivity ci aiuta davvero.
Ci aiuta ad accorgerci di quello che sta succedendo mentre sta succedendo.
Della tensione nel corpo.
Di quella sensazione costante di non aver fatto abbastanza.
Di quella voce interiore che ti dice di ricontrollare ancora una volta.
Forse la domanda da porci è questa: quel lavoro può davvero essere migliorato, oppure stiamo cercando di sentirci più al sicuro attraverso il lavoro?
C’è un punto in cui migliorare smette di essere utile.
Da lì in poi, spesso, stiamo cercando di proteggerci dal disagio, dalla paura del giudizio degli altri.
O anche solo dalla voce del nostro critico interiore, che continua a ripeterci che potevamo fare meglio.
Credo che sia questa la verità che raramente ci diciamo ad alta voce.
Il bisogno di avere tutto sotto controllo, di fare sempre tutto nel modo migliore possibile, finisce per legare il nostro valore a quello che produciamo.
E non si tratta di abbassare l’asticella, ma di non lasciare che sia la paura a decidere dove metterla.
Perché lavorare con cura è una cosa.
Lavorare sotto una pressione interiore costante è un’altra.
Forse dovremmo imparare a chiederci, con più onestà:
Di cosa ha davvero bisogno questo lavoro?
Manca davvero qualcosa?
Oppure mi manca solo il coraggio di chiuderlo così com’è e andare oltre?
A volte la cosa più generosa che possiamo fare per noi stesse è smettere di rivedere.
Lasciare un lavoro nel punto in cui è solido, vero, pronto per essere lasciato andare.
Magari non perfetto. Ma umano.
Molto spesso, basta questo.
Ricordarsi che siamo umani.
E che “basta” non è un fallimento.
Da provare oggi
Prima di tornare a sistemare qualcosa ancora una volta, fermati un momento e chiediti:
Ha davvero bisogno di essere migliore, oppure sono io che ho bisogno di sentirmi più al sicuro?
