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Su richiesta, questo percorso può essere proposto anche in presenza per gruppi già formati all’interno di aziende, associazioni, palestre, studi di yoga e pilates, centri benessere, studi e realtà del territorio interessate a ospitare un percorso.

 

La possibilità di svolgimento in presenza è valutabile per le province di Pavia, Milano, Monza e Brianza, Alessandria, Lodi e Piacenza.

 

Quotazione su richiesta.

Manuela Crovatto

C.so XXVII Marzo, 

27058 Voghera (PV)

Italia

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I contenuti e tutte le mie proposte sono certificate, riconosciute e orientate al benessere, alla consapevolezza e alla crescita personale. 

Non costituiscono né sostituiscono psicoterapia, trattamenti medici o prestazioni sanitarie.

Emozioni e comunicazione

 

Conoscere le emozioni, riconoscerle, capirle,

regolarle e comunicarle in modo chiaro è fondamentale

per essere consapevoli di quello che succede dentro e fuori di noi, 

per stare meglio con noi stessi 

e per costruire relazioni più sane, autentiche e comprensibili con gli altri.

Le emozioni fanno parte della nostra vita in ogni momento, anche quando non ce ne accorgiamo. 

Non sono qualcosa da controllare, ignorare, nascondere, reprimere o temere: sono segnali preziosi che ci aiutano a capire cosa sta succedendo dentro di noi e intorno a noi. 

Ci parlano di bisogni, valori, confini, desideri, relazioni. 

Possono segnalarci un pericolo, una tensione, un’ingiustizia, ma anche una connessione, un’opportunità, una gioia o un senso di sicurezza.

 

Riconoscere le emozioni è importante perché ci permette di vivere con maggiore consapevolezza. 

Quando non sappiamo dare un nome a ciò che proviamo, rischiamo di reagire in automatico, di confonderci, di sentirci sopraffatti o di leggere male ciò che ci accade. 

Quando invece impariamo a fermarci, ascoltarci e distinguere meglio i nostri stati emotivi, diventiamo più lucidi, presenti e capaci di scegliere come rispondere.

 

Le emozioni, infatti, non sono un ostacolo alla razionalità. 

Al contrario, ci aiutano a orientarci, a capire cosa conta davvero e a stare meglio nelle relazioni. 

Sono una parte fondamentale della nostra intelligenza, non qualcosa da mettere da parte per funzionare meglio e quando perdiamo il contatto con esse, diventiamo meno capaci di decidere bene e di muoverci in modo efficace nella vita sociale e lavorativa. 

 

È anche utile anche fare una distinzione. 

Un’emozione è uno stato temporaneo, legato a una situazione precisa: per esempio rabbia, paura, tristezza, gioia, sollievo, gratitudine. 

L’umore, invece, è uno stato affettivo più diffuso e duraturo, non sempre collegato a un evento preciso, che può influenzare il modo in cui viviamo la giornata. 

Una sensazione riguarda soprattutto il corpo: tensione, calore, nodo allo stomaco, leggerezza, chiusura, apertura. 

Il tratto, infine, è una tendenza più stabile della persona, un modo abituale di essere o reagire. 

Confondere questi livelli è facile, ma imparare a distinguerli rende molto più chiara la nostra esperienza interiore.

 

Conoscere le emozioni, però, non basta; è importante anche imparare a comunicarle.

Saper esprimere ciò che proviamo in modo chiaro ci aiuta a farci capire davvero, a ridurre i fraintendimenti e a costruire relazioni più autentiche. 

Molto spesso, infatti, non comunichiamo un’emozione ma un giudizio, un’accusa o un’interpretazione dell’altro. 

Dire “mi sento ignorata” o “mi sento non considerato” non descrive fino in fondo un’emozione: descrive soprattutto il modo in cui stiamo leggendo il comportamento altrui. 

Andare più a fondo significa riuscire a dire, per esempio, “mi sento triste”, “mi sento ferita”, “mi sento frustrata”, “mi sento spaventata”. 

Questo rende la comunicazione più vera, più comprensibile e meno conflittuale. 

 

Comunicare bene le emozioni non significa scaricarle addosso agli altri, né pretendere che ci leggano nella mente. 

Significa imparare a unire quattro elementi essenziali: ciò che è successo, ciò che proviamo, ciò di cui abbiamo bisogno e ciò che chiediamo. 

È il cuore della comunicazione non violenta o compassionevole: parlare in modo onesto e insieme rispettoso, restando in contatto con ciò che è vivo in noi senza trasformarlo in attacco, colpa o accusa. 

Quando riusciamo a farlo, aumentano le possibilità di essere ascoltati davvero e di creare uno spazio di incontro invece che di difesa. 

 

Anche il modo in cui esprimiamo le emozioni conta. 

Le emozioni passano attraverso le parole, ma anche attraverso il tono della voce, il volto, la postura, il ritmo, i silenzi e il corpo. 

Per questo, comunicare un’emozione non vuol dire soltanto nominarla, ma anche imparare a portarla nella relazione in un modo che sia chiaro, misurato e coerente. 

Questa consapevolezza aiuta sia a esprimerci meglio sia a leggere meglio gli altri. 

 

Conoscere le emozioni significa quindi costruire un rapporto più onesto e rispettoso con sé stessi, ma anche imparare un linguaggio più umano nelle relazioni.

Significa smettere di vivere quello che proviamo come un problema da risolvere in fretta o da ignorare e iniziare a considerarlo come un’informazione da ascoltare, comprendere e comunicare.

 

 

"Il curioso paradosso è che quando mi accetto così come sono, allora posso cambiare"

Carl Rogers

 

 

Qui sotto ho raccolto alcuni articoli del mio blog che raccontano quello che ho imparato sulle emozioni e su quello che gira intorno ad esse, per aiutarvi a capirle meglio, ascoltarle, riconoscerle, gestirle, e comunicarle.

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Psicologia positiva

Gestire le emozioni

non significa controllarle

Cosa sono le emozioni?

Quante sono?

Cos'è l'intelligenza emotiva?

Come comunicare 

le proprie emozioni

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Ansia

Disgusto

Empatia

Compassione

Felicità

e gioia

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Paura

Gratitudine

Gentilezza

Stupore

Rabbia

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Chiedere scusa

e chiedere aiuto:

fondamentali per il nostro benessere

L'importanza

di perdonare

e aiutare 

gli altri

La solitudine

Vergogna

Tristezza

Condivido questo brano, tratto da Comunicazione Nonviolenta di Marshall Rosenberg sull'importanza di riconoscere la rabbia, comprenderla, e saperla comunicare.

Spero che possa aiutare, anche per voi, così come ha aiutato me, a comprendere che è nostra responsabilità riconoscere le nostre emozioni, quello che vogliono dirci, e comunicarle nel modo corretto.

 

"Stavo lavorando su questo tema con un gruppo di detenuti in carcere, e uno di loro era molto arrabbiato quel giorno in particolare. Gli chiesi quale fosse lo stimolo della sua rabbia. Che cosa aveva fatto qualcuno per innescare la sua rabbia? Si vedeva chiaramente che era furioso. Mi disse: “Due settimane fa ho fatto una richiesta ai responsabili del carcere per ricevere una formazione professionale. Non ho ancora ricevuto risposta.”

 

Io dissi: “Sì, questo mi dice qual è stato lo stimolo della tua rabbia. Adesso, qual è la causa della tua rabbia?” Lui rispose: “Te l’ho appena detto.” E io dissi: “No, ricordi dalla nostra sessione precedente che ho cercato di chiarirti che non è mai ciò che fanno gli altri a farci arrabbiare. È il modo in cui pensiamo che ci fa arrabbiare. Quindi, che cosa ti stai dicendo che ti fa arrabbiare?”

 

Lui disse: “Non so di che cosa stai parlando. Le persone possono farti arrabbiare.” Io risposi: “No, le persone non possono farti arrabbiare.”

 

Se mi seguissi nel mio lavoro, lo vedresti molto chiaramente. Per esempio, quando lavoro in vari luoghi del mondo dove c’è stata molta violenza, come in Ruanda. Stavo lavorando con un gruppo di persone, tutte con almeno un membro della famiglia ucciso. Alcune erano così arrabbiate che vivevano solo per la vendetta e pensavano soltanto a restituire il male agli altri. Altre persone, a cui erano accadute cose terribili, non erano arrabbiate. Non stavano reprimendo la rabbia né negandola, ma non stavano pensando in un modo che la producesse. Quindi, neppure qualcosa di così drammatico come l’uccisione di un familiare può farti arrabbiare.

 

Quindi dissi a questo detenuto: “Allora, che cosa ti stai dicendo che ti fa arrabbiare?”

 

Dopo un momento, disse: “Beh, mi sto dicendo che non è giusto. Ho bisogno della formazione che ho richiesto, e loro mi stanno semplicemente ignorando e trattando come se non contassi nulla.” E continuò con molte altre affermazioni, tutti giudizi verso i funzionari del carcere per non avergli risposto riguardo alla sua richiesta di formazione professionale.

 

Io dissi: “Bene, adesso hai risposto alla mia domanda su che cosa causa la tua rabbia. La rabbia è causata da come pensi. Pensi in un linguaggio scollegato dai tuoi bisogni e che rende la violenza qualcosa di piacevole.” Come disse il teologo cristiano Walter Wink: “Siamo stati educati per molti anni, per migliaia di anni, a rendere la violenza qualcosa di piacevole.” Vedi, tutto ciò che devi fare per rendere la violenza piacevole è pensare che esistano dei cattivi, e che questi cattivi meritino di soffrire per ciò che hanno fatto; e questo può rendere piacevole per te infliggere dolore a queste persone.

 

Quindi, la rabbia è un sentimento molto prezioso. Ci dice che stiamo perpetuando il tipo di pensiero che crea quel genere di rabbia. Così, con questo detenuto, gli mostrai che è utile, quando sei arrabbiato, essere consapevole che sei arrabbiato a causa del tuo stesso pensiero e non per ciò che ha fatto l’altra persona. L’azione dell’altra persona è uno stimolo per la tua rabbia, ma non la causa. La causa è il tuo pensiero.

 

Poi gli dissi: “È anche molto importante, una volta identificato il pensiero che causa la tua rabbia, essere consapevole che quel pensiero è una tragica espressione suicida di un bisogno insoddisfatto. In altre parole, la rabbia ci dice che un nostro bisogno non viene soddisfatto. Ma il nostro pensiero non ci collega a quel bisogno. La nostra attenzione va invece a giudicare l’altra persona, che è lo stimolo, in un modo che crea rabbia.”

 

Così gli dissi: “Adesso vai oltre quei giudizi che stai facendo sui funzionari del carcere per non aver risposto alla tua richiesta di formazione professionale, e dimmi qual è il bisogno dietro tutti questi giudizi, dietro il pensiero che non siano giusti e che ti stiano trattando come se tu non esistessi. Qual è il bisogno che sta dietro tutto questo pensiero?”

 

Rimase a pensare per un momento e poi disse: “Ho bisogno di svilupparmi. Ho bisogno di competenze per crescere, così da potermi guadagnare da vivere quando uscirò da qui. Altrimenti finirò per tornare qui molto in fretta.”

 

Allora gli dissi: “E adesso, come ti senti in questo momento in cui la tua attenzione è rivolta a quei bisogni?” E lui rispose: “Ho paura. Ho paura.”

 

Vedi, non possiamo essere arrabbiati quando siamo connessi alla vita. Connessi alla vita significa essere connessi ai nostri bisogni o ai bisogni degli altri. Possiamo essere arrabbiati solo quando ci disconnettiamo dalla vita, andiamo nella testa e pensiamo nel modo in cui siamo stati programmati a pensare, cioè in termini di colpa o di errore dell’altra persona.

 

Ora, non sto dicendo che ci sia qualcosa di sbagliato nell’essere arrabbiati. Sarebbe spiacevole se passasse questo messaggio, perché molte persone sono state educate a credere che, se sei una brava persona, non ti arrabbi, e sono state quindi spinte a reprimere la rabbia. Di certo non sto dicendo questo. Sto dicendo il contrario. La rabbia è nostra amica. Ci dice che stiamo pensando in un modo che contribuisce alla violenza sul pianeta. Ne facciamo parte, e la rabbia ci sveglia e ci dà la possibilità di trasformare il nostro pensiero in un tipo di pensiero che crea pace sul pianeta.

 

Così gli dissi: “Nota quanto ti senti diversamente quando sei in contatto con i tuoi bisogni rispetto a quando stai giudicando gli altri, quando mi dici che hai paura di non riuscire a soddisfare quel bisogno.” E lui disse: “È vero.”

 

Poi gli dissi: “Mi hai detto che hai un appuntamento per parlare con loro più tardi questo pomeriggio, con i funzionari del carcere?” Lui disse: “Sì.” Io dissi: “Pensi che sia più probabile che i tuoi bisogni vengano soddisfatti se entri lì pensando a che cosa c’è di sbagliato in loro per non averti ancora contattato e sentendoti arrabbiato per questo? Oppure pensi che sia più probabile che i tuoi bisogni vengano soddisfatti se entri lì in contatto con il tuo bisogno di svilupparti e consapevole della tua paura di non riuscire a sviluppare quelle competenze? Qualunque cosa tu possa dire loro, pensi che sia più probabile uscire da lì con i tuoi bisogni soddisfatti se nella tua testa hai giudizi su di loro che implicano un loro torto, oppure se sei consapevole dei tuoi bisogni?”

 

Lui disse: “È ovvio. È molto più probabile che io ottenga ciò che voglio se entro lì consapevole dei miei bisogni.” Io dissi: “Sono contento che tu lo veda.”

 

In quel momento si alzò, andò a sedersi dall’altra parte della stanza e assunse un’espressione molto triste. Gli chiesi: “Ehi, che succede?” Mi guardò e disse: “Adesso non riesco a parlarne.”

 

Dopo pranzo, si avvicinò a me e disse con grande dolore nella voce: “Marshall, vorrei che due anni fa mi avessi insegnato sulla rabbia quello che mi hai insegnato stamattina. Se l’avessi saputo due anni fa, non avrei dovuto uccidere il mio migliore amico.”

 

Poi continuò raccontandomi questa storia tragica: il suo amico aveva detto alcune cose che lo avevano completamente mandato fuori di sé, e lui pensava di essere arrabbiato con l’amico per quelle parole. Non era consapevole che l’amico non aveva causato la sua rabbia, che quelle frasi non avevano causato la sua rabbia: era il modo in cui lui le aveva pensate a causarla.

 

E capì che, se fosse riuscito a connettersi ai bisogni del suo amico dietro quelle parole, oppure se fosse stato in contatto con i propri bisogni in quel momento, ci sarebbero stati modi per trovare strategie capaci di soddisfare i bisogni di tutti, e non avrebbe dovuto uccidere il suo migliore amico.

 

Quindi questo principio è molto importante per liberarci da un linguaggio che non favorisce il nostro benessere né la pace sul pianeta. La consapevolezza è questa: tutto il linguaggio che implica il torto dell’altro, che sia critica, insulto, diagnosi di patologia o giudizio sugli altri, ha sempre la stessa origine. Gli altri non sono mai la causa, ma solo lo stimolo. La causa della rabbia è il nostro pensiero. Quel pensiero che causa la rabbia è un’espressione distorta di un bisogno insoddisfatto. Un’espressione distorta che non solo ostacola la soddisfazione di quel bisogno, ma rende anche piacevole essere violenti verso gli altri.

 

Perciò, ogni volta che siamo arrabbiati, la Comunicazione Nonviolenta ci mostra come fermarci, respirare, diventare consapevoli di ciò che ci stiamo dicendo e che ci fa arrabbiare. E quando vedi il pensiero che ti fa arrabbiare, trasformalo nel bisogno che quel pensiero sta distorcendo. Chiediti: “Aspetta un attimo. Quale mio bisogno non viene soddisfatto e si sta esprimendo attraverso il giudizio verso l’altra persona?” E capirai di esserti connesso al tuo bisogno. Te lo dirà il corpo. Te lo dirà il tuo spirito.

 

Viviamo in un mondo diverso quando siamo connessi a ciò che è vivo in noi, cioè ai nostri bisogni. Viviamo in un mondo diverso rispetto a quando restiamo nella testa, a giudicare gli altri in termini di giusto e sbagliato.".

 

Tratto da Comunicazione Nonvionleta di Marshall B. Rosenberg che ringrazio per avermi mostrato una nuova via di vivere e comunicare.

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