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Su richiesta, questo percorso può essere proposto anche in presenza per gruppi già formati all’interno di aziende, associazioni, palestre, studi di yoga e pilates, centri benessere, studi e realtà del territorio interessate a ospitare un percorso.

 

La possibilità di svolgimento in presenza è valutabile per le province di Pavia, Milano, Monza e Brianza, Alessandria, Lodi e Piacenza.

 

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Cos’è davvero la felicità?

2026-03-27 19:50

Manuela Crovatto

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Cos’è davvero la felicità?

Felicità non significa essere sempre allegri, non avere dispiaceri o non provare dolore.

Felicità è una di quelle parole che usiamo continuamente e che, proprio per questo, rischiamo di dare per scontate. 

Sembra un concetto immediato, quasi ovvio, ma in realtà è molto più complesso di quanto sembri. 

 

Per molto tempo la psicologia si è concentrata soprattutto su ciò che non funziona: malattia, trauma, stress, crisi, sintomi, sofferenza. Era un lavoro necessario, ma lasciava in ombra un’altra domanda fondamentale: che cosa aiuta davvero gli esseri umani a stare bene? Che cosa sostiene il benessere, le relazioni sane, la gratitudine, la compassione, il senso di significato? 

È anche per colmare questo vuoto che nasce la psicologia positiva, non come invito superficiale a essere positivi sempre, ma come studio serio di ciò che rende la vita più piena, più sana e più vivibile.

 

Uno dei primi punti da chiarire è che quando parliamo di felicità non stiamo parlando tutti della stessa cosa. 

 

Daniel Kahneman ha mostrato che la parola “felicità” può indicare realtà diverse: può riferirsi al giudizio generale che diamo alla nostra vita, a una caratteristica abbastanza stabile della persona, a un’emozione positiva vissuta in un momento preciso oppure a una sensazione piacevole. 

 

Ed Diener, uno dei principali studiosi del benessere, propone una definizione molto usata nella ricerca: la felicità come benessere soggettivo. In questa prospettiva, la felicità nasce dall’incontro tra due dimensioni: da una parte la soddisfazione globale per la propria vita, dall’altra la presenza frequente di emozioni positive nella quotidianità. 

 

Questo ci aiuta a capire che la felicità non coincide con un picco di entusiasmo, con un momento euforico o con una giornata particolarmente leggera. È qualcosa di più ampio: riguarda il modo in cui viviamo la nostra vita e il modo in cui sentiamo, nel complesso, che quella vita ci corrisponde.

 

L’idea di felicità è anche cambiata nel tempo. 

Per secoli è stata considerata qualcosa di fragile, incerto, spesso affidato alla sorte o a condizioni esterne favorevoli. 

Tra il Seicento e il Settecento, però, con l’Illuminismo, si afferma una trasformazione profonda: la felicità comincia a essere pensata come qualcosa che gli esseri umani possono e devono perseguire qui e ora. 

 

Diventa un diritto naturale, non più solo fortuna o privilegio. 

Questo cambiamento ha avuto una portata liberatoria enorme, perché ha affermato che la sofferenza non deve essere accettata come destino inevitabile e che ogni persona dovrebbe avere la possibilità di costruire una vita più degna e più piena.

 

Allo stesso tempo, però, questa visione moderna ha portato con sé anche un rischio: quello di ridurre la felicità a qualcosa da ottenere, inseguire, accumulare e quasi consumare. 

In questa prospettiva il piacere immediato viene esaltato, mentre il dolore viene vissuto come qualcosa da eliminare il più in fretta possibile. 

 

Il problema è che, se iniziamo a pensare che la felicità coincida con il sentirsi bene sempre, finiamo per vivere ogni emozione difficile come un’anomalia. 

Ed è proprio qui che nasce uno dei grandi equivoci del nostro tempo: l’idea che, se non siamo felici in modo costante, allora ci sia qualcosa di sbagliato in noi.

 

In realtà la felicità non coincide affatto con l’essere sempre allegri e non significa vivere in uno stato costante di piacere. 

Non vuol dire non provare mai tristezza, rabbia, paura, frustrazione, ansia o dolore. 

Le emozioni difficili non sono un errore di sistema, ma una parte inevitabile e spesso utile della vita umana. 

La tristezza davanti a una perdita, la paura davanti a un pericolo, la rabbia davanti a un’ingiustizia o un confine violato, la vergogna come risposta alla paura di essere abbandonati, sono risposte comprensibili, sane e in molti casi necessarie. 

Provarle non riduce automaticamente la nostra capacità complessiva di essere felici.

 

Questo è un punto importante, perché oggi molte persone si sentono inadeguate semplicemente perché non riescono a stare bene sempre. 

Ma nessun essere umano vive in questo modo. 

Una visione matura della felicità non elimina la complessità emotiva: la include. 

Una vita buona non è una vita senza dolore, ma una vita in cui anche il dolore, la fatica e le emozioni scomode trovano uno spazio, un senso e una funzione.

 

Parlare di felicità significa anche riconoscere che non tutte le forme di felicità sono sana. 

Il positivo, quando diventa estremo, fuori misura o troppo centrato su sé stessi, può perdere il suo valore benefico. 

La ricerca suggerisce, per esempio, che quando siamo eccessivamente sbilanciati sugli aspetti positivi possiamo diventare meno prudenti, sottovalutare i rischi, prendere decisioni impulsive e ignorare segnali importanti. 

In altre parole, non tutto ciò che fa stare bene, fa bene davvero.

 

Anche alcune emozioni positive, in certe condizioni, possono avere un lato problematico. 

L’orgoglio, per esempio, può essere sano e utile dopo un risultato costruito con impegno, ma se diventa eccessivo o troppo autoreferenziale, può ridurre l’empatia, irrigidire le relazioni e allontanarci dagli altri. 

 

C’è poi un altro rischio molto comune nella cultura contemporanea: inseguire la felicità in modo ossessivo. 

Quando la trasformiamo in un dovere, in uno standard da raggiungere o in una performance continua, perfino da dimostrare, soprattutto tramite i social media,  finiamo spesso per stare peggio. 

 

Ogni emozione difficile ci sembrerà una sconfitta, ogni giornata storta una prova del nostro fallimento. 

Questa è quella che possiamo chiamare l’infelicità del non essere felici.

 

Per questo la felicità più sana non è estrema, non è perfetta e non è continua. 

È una felicità equilibrata, realistica, capace di convivere con la complessità della vita.

 

Dire che la felicità non è tutto non significa affatto dire che non conti. 

Al contrario, la ricerca mostra che la felicità ha effetti molto concreti e rilevanti su tanti aspetti della vita. 

Non è un lusso, non è un tema leggero e non è una questione marginale. 

 

Ha a che fare con la salute fisica, con la longevità, con la qualità delle relazioni, con il lavoro, con la creatività e persino con il funzionamento delle comunità.

 

Le persone più felici tendono, in media, ad avere una salute fisica migliore, una maggiore resilienza, relazioni più soddisfacenti e una più alta capacità di affrontare le difficoltà. 

La felicità è stata associata anche a una migliore salute cardiovascolare, a una maggiore efficienza del sistema immunitario, a meno dolore cronico e a una maggiore aspettativa di vita. 

Questo non significa che le persone felici non si ammalino mai o non soffrano, ma suggerisce con forza che il benessere psicologico non resta confinato nella mente: si intreccia profondamente con il corpo.

 

Anche sul piano sociale i benefici sono importanti. 

Le persone più felici tendono a costruire relazioni più stabili, a essere percepite come più calorose, più cooperative e più affidabili, e a vivere interazioni più positive. 

 

Sul lavoro, inoltre, la felicità non rende affatto superficiali. 

Molti studi mostrano che le emozioni positive favoriscono creatività, flessibilità mentale, innovazione, problem solving, capacità negoziale e qualità del lavoro. 

 

In altre parole, coltivare la felicità non significa inseguire una sensazione piacevole, ma sostenere condizioni che aiutano a vivere meglio, lavorare meglio e stare meglio con gli altri.

 

Una delle studiose più importanti nell'ambito della felicità è Sonja Lyubomirsky.

Il suo lavoro mostra che la felicità non è soltanto un’esperienza interiore piacevole, ma una risorsa che ha effetti reali nella vita quotidiana. 

Le persone più felici, rispetto a quelle meno felici, tendono a essere più socievoli, più energiche, più generose, più cooperative e più apprezzate dagli altri. 

 

Spesso hanno reti relazionali più solide, relazioni affettive più stabili, maggiore capacità di recupero dopo le difficoltà e, in molti casi, anche migliori risultati sul piano lavorativo.

 

Uno dei contributi più noti di Sonja Lyubomirsky riguarda le fonti della felicità.

Secondo il suo modello, una parte della nostra felicità, il 50% dipende da fattori genetici, il 10% dalle circostanze di vita il 40% dalle attività intenzionali, cioè dalle abitudini, dalle pratiche e dagli atteggiamenti che coltiviamo nel quotidiano. 

Al di là delle percentuali, il punto essenziale è che una quota significativa della felicità può essere allenata. 

Non controlliamo tutto, ma non siamo nemmeno completamente in balia delle circostanze.

 

Sonja Lyubomirsky sottolinea anche un’altra idea molto importante: non esiste una strategia identica per tutti. Esiste il “fit”, cioè la compatibilità tra una pratica e la persona che la mette in atto. 

Per qualcuno funzionerà di più la gratitudine, per qualcun altro la gentilezza, per altri ancora il movimento, la spiritualità, la mindfulness, il coltivare relazioni profonde o il portare avanti obiettivi coerenti con i propri valori. 

Questo cambia molto il modo di parlare di felicità, perché ci ricorda che non si tratta di applicare una formula standard, ma di trovare ciò che, in modo realistico e sostenibile, nutre davvero il proprio benessere.

 

Barbara Fredrickson, una delle studiose più importanti della scienza delle emozioni positive e del loro ruolo nella crescita personale e nel benessere, ci aiuta a capire un altro punto decisivo: le emozioni positive non sono superficiali e non sono solo un abbellimento della vita interiore. 

 

Secondo la sua prospettiva, le emozioni positive ci aprono. 

Quando proviamo gratitudine, serenità, gioia, amore, ispirazione o leggerezza, la nostra attenzione si amplia. 

Vediamo più possibilità, più connessioni, più alternative. 

Diventiamo più creativi, più flessibili, più capaci di apprendere e di affrontare problemi complessi.

 

Barbara Fredrickson ha descritto questo processo attraverso una teoria diventata molto nota, secondo cui le emozioni positive ampliano il nostro campo mentale e, nel tempo, costruiscono risorse interiori e relazionali. Questo significa che non producono solo un beneficio immediato, ma lasciano una traccia. Se coltivate con continuità, possono aiutarci a diventare più resilienti, più presenti, più connessi agli altri e più capaci di recuperare dopo le difficoltà.

 

Nel suo lavoro, Barbara Fredrickson, ha studiato anche pratiche come la loving-kindness meditation, la meditazione della gentilezza amorevole. 

I risultati mostrano che allenare intenzionalmente benevolenza, calore e apertura può aumentare in modo stabile le emozioni positive quotidiane e favorire mindfulness, relazioni più sane, resilienza e benessere complessivo.

 

Il suo messaggio è semplice e profondo insieme: le emozioni positive non servono solo a farci sentire meglio nel momento, ma possono diventare una vera forza di crescita.

 

Forse oggi abbiamo soprattutto bisogno di questo: di una definizione più umana di felicità. Non una felicità perfetta, obbligatoria o da esibire. 

Ma una felicità capace di convivere con la fragilità, con la fatica, con la complessità della vita reale. 

Una felicità che non si riduca al piacere immediato, ma che includa anche significato, relazioni, gratitudine, presenza, gentilezza e responsabilità.

 

Questo è particolarmente importante in un tempo segnato da solitudine, auto-focalizzazione, narcisismo e frammentazione sociale. 

In questo contesto, coltivare felicità non è un gesto ingenuo o decorativo. Può voler dire coltivare anche empatia, compassione, cooperazione, perdono e connessione umana. 

E quindi non solo stare meglio individualmente, ma contribuire a costruire contesti più sani.

 

I contenuti e tutte le mie proposte sono certificate, riconosciute e orientate al benessere, alla consapevolezza e alla crescita personale. 

Non costituiscono né sostituiscono psicoterapia, trattamenti medici o prestazioni sanitarie.

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