Quando si parla di produttività, il discorso viene quasi sempre riportato sull’individuo.
Si parla di organizzazione, gestione del tempo, priorità, focus, concentrazione, strumenti, metodo.
Se qualcosa non funziona, la domanda implicita sembra essere sempre la stessa: cosa puoi fare tu per gestirti meglio?
E in parte questa domanda ha senso, perché ognuno di noi ha una responsabilità nel modo in cui lavora, sceglie, risponde, organizza le proprie giornate e usa la propria attenzione.
Il problema nasce quando questa responsabilità individuale viene isolata dal contesto, come se la produttività dipendesse solo dalla capacità della singola persona di gestirsi meglio, indipendentemente dal sistema in cui è inserita, dalle relazioni che vive, dai ritmi che subisce e dal tipo di comunicazione a cui è esposta ogni giorno.
Non possiamo essere davvero produttivi se il nostro sistema nervoso è sempre attivo.
Possiamo forse essere veloci, reattivi, disponibili, capaci di rispondere a molte richieste in poco tempo, ma questa non è necessariamente produttività.
A volte è solo sopravvivenza organizzata bene.
È la capacità di funzionare dentro un ritmo che non ci lascia spazio per recuperare, per ascoltare, per accorgerci di come stiamo mentre lavoriamo.
Quando la pressione è continua, quando l’urgenza diventa la normalità, quando le giornate sono costruite su interruzioni, richieste improvvise, riunioni ravvicinate e comunicazioni che chiedono risposta immediata, il corpo non resta fuori da tutto questo.
Entra nel lavoro con noi. Si attiva, si tende, accelera, riduce la soglia di tolleranza, e se questa attivazione resta accesa troppo a lungo, anche il modo in cui pensiamo, decidiamo, ascoltiamo e collaboriamo cambia.
È qui che la mindful productivity diventa qualcosa di molto diverso dalla semplice gestione del tempo.
Non riguarda solo il fare meglio o il fare di più, ma il modo in cui riusciamo a restare presenti, lucidi e regolati dentro quello che facciamo.
E questa capacità non è mai solo individuale, perché il nostro sistema nervoso non vive nel vuoto.
Vive dentro relazioni, aspettative, messaggi, toni di voce, tempi, richieste, silenzi, urgenze, priorità dette e non dette.
Una mail scritta in modo brusco, una richiesta urgente senza contesto, una riunione in cui nessuno ascolta davvero, un leader che comunica sempre in modalità reattiva, un ambiente in cui ogni cosa sembra prioritaria non sono dettagli secondari.
Sono elementi che entrano nella qualità dell’esperienza lavorativa e influenzano direttamente la possibilità di restare presenti.
Non riguardano solo il clima, riguardano anche la lucidità, la regolazione, la capacità di pensare bene e di lavorare bene.
Per questo la mindful productivity è anche una competenza relazionale.
Non basta che una persona impari a respirare, a pianificare meglio o a proteggere qualche spazio di concentrazione, se intorno a lei il sistema continua a produrre frammentazione, urgenza e disregolazione.
Possiamo avere buoni strumenti individuali, ma se il contesto ci chiede continuamente di ignorare i nostri limiti, di rispondere subito, di essere sempre disponibili e di funzionare come se non avessimo corpo, emozioni e tempi interni, quella produttività avrà comunque un costo.
