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Su richiesta, questo percorso può essere proposto anche in presenza per gruppi già formati all’interno di aziende, associazioni, palestre, studi di yoga e pilates, centri benessere, studi e realtà del territorio interessate a ospitare un percorso.

 

La possibilità di svolgimento in presenza è valutabile per le province di Pavia, Milano, Monza e Brianza, Alessandria, Lodi e Piacenza.

 

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Perché la self-compassion è importante

2026-05-05 16:37

Manuela Crovatto

Empatia e Intelligenza Emotiva, Mindfulness, Riconoscere e gestire le emozioni, self-compassion,

Perché la self-compassion è importante

La self-compassion ha un potere trasformativo enorme. Ci aiuta a cambiare il tono con cui ci parliamo per non aggiungere dolore al dolore.

La self-compassion, o auto-compassione, viene ancora fraintesa molto spesso. 

Per alcune persone suona come indulgenza,  autocommiserazione, come un modo gentile per abbassare gli standard o per raccontarsi scuse. 

In realtà è qualcosa di molto diverso e capirlo è importante per tutti noi.

 

Avere auto-compassione significa imparare a stare con se stessi in modo meno punitivo, soprattutto nei momenti in cui si soffre, si sbaglia, si fallisce o ci si sente in difficoltà. 

Vuol dire sostituire, almeno un po’, quella voce interna dura e accusatoria con una presenza più lucida, più umana e più capace di sostegno.

 

Non significa dirsi che va sempre tutto bene. Non significa negare la responsabilità. E non significa nemmeno trattarsi con superficialità. 

Significa, più semplicemente, smettere di aggiungere violenza al dolore che c’è già.

 

Molte persone riescono a riconoscere la sofferenza altrui con gentilezza e comprensione, ma fanno molta più fatica quando la sofferenza riguarda loro stesse.

Davanti all’errore, al limite, alla fragilità o al fallimento, scatta facilmente un linguaggio interiore duro: non dovevi sbagliare, non sei abbastanza, dovevi farcela meglio, gli altri ci riescono, tu no. 

In alcuni casi questa durezza è così abituale che non viene quasi più riconosciuta come tale, sembra normale e perfino utile.

Ma non lo è.

 

Una parte importante della sofferenza psicologica non nasce solo da ciò che viviamo, ma dal modo in cui rispondiamo a noi stessi mentre lo viviamo. 

Se a un dolore reale aggiungiamo giudizio, vergogna, attacco interno e disprezzo, il peso aumenta. 

La ferita non viene solo sentita, viene anche colpita.

La self-compassion è importante proprio perché interrompe questo meccanismo.

 

Molte persone credono che senza autocritica non ci sia crescita. 

Pensano che, se smettessero di essere dure con se stesse, diventerebbero passive, meno motivate, meno serie, come se l’unico modo per migliorare fosse minacciarsi dall’interno.

 

In realtà l’auto-compassione non elimina la responsabilità. 

Elimina l’accanimento.

Si può riconoscere di aver sbagliato senza trasformare l’errore in una condanna globale del proprio valore. 

Si può vedere con lucidità che qualcosa va cambiato senza passare per la vergogna o per l’umiliazione interiore. 

Si può crescere anche a partire da una relazione più sana con se stessi.

 

Anzi, molto spesso è proprio quando una persona si sente meno minacciata interiormente che riesce a guardare meglio i propri errori, a tollerare il limite e a cambiare davvero.

 

Un altro equivoco frequente è confonderla con l’autocommiserazione.

Ma l’autocommiserazione chiude, isola, amplifica il senso di eccezionalità del proprio dolore. 

L’auto-compassione, invece, apre; non dice “solo io sto così male”, dice piuttosto: sto vivendo qualcosa di difficile, e questo fa parte dell’esperienza umana.

È una differenza enorme.

 

Perché uno dei suoi elementi più importanti è proprio questo: ricordare che fragilità, errore, sofferenza e imperfezione non sono anomalie personali. 

Sono parte della condizione umana. 

Quando lo dimentichiamo, ci sentiamo soli nel nostro difetto. 

Quando lo ricordiamo, la sofferenza non sparisce, ma smette di sembrare una prova del fatto che siamo sbagliati.

 

La self-compassion diventa particolarmente preziosa nei momenti in cui il sistema interno è già sotto pressione.

Quando siamo stanchi, feriti, delusi, stressati o in crisi, non abbiamo bisogno di una voce che peggiori la situazione. 

Abbiamo bisogno di una base interna un po’ più stabile, di un modo di stare con noi stessi che non aggiunga altra paura, altra durezza, altro disprezzo.

Questo non significa cullarsi. 

Significa sostenersi.

 

Una persona auto-compassionevole non si dice che il dolore non esiste. 

Non si racconta che è tutto facile, riconosce la difficoltà e prova a starci dentro senza trasformarla in identità o in sentenza definitiva.

 

In questo senso, la self-compassion è una forma di regolazione profonda. 

Aiuta a non collassare, a non irrigidirsi subito, a restare in contatto con ciò che si prova senza essere travolti o umiliati da esso.

 

Uno dei motivi per cui la self-compassion è così importante è che sembra associarsi a minore stress, meno burnout e minore fatica emotiva. 

Questo è particolarmente rilevante per chi si prende cura degli altri, per chi lavora molto, per chi tende a caricarsi di responsabilità e per chi vive spesso in un clima di autocritica elevata.

 

Quando una persona vive costantemente sotto il controllo di un critico interiore severo, il sistema nervoso resta più facilmente in allerta. 

Ogni errore viene vissuto come pericolo. 

Ogni limite come minaccia. 

Ogni difficoltà come prova di insufficienza.

 

L’auto-compassione aiuta a spostare l’assetto modificando il modo in cui il sistema interno lo attraversa. E questo cambia moltissimo.

Per molte persone, per esempio, la differenza non è tra soffrire e non soffrire. 

È tra soffrire da sole e contro se stesse, oppure soffrire restando almeno un po’ dalla propria parte.

 

C’è una forma di miglioramento personale che si regge tutta sulla pressione. 

Fare di più, essere meglio, non sbagliare, non fermarsi, non mostrare debolezze.

All’inizio può anche sembrare efficace, ma spesso nel lungo periodo produce stanchezza, ansia, perfezionismo e senso cronico di inadeguatezza. 

Perché se il tuo valore dipende sempre da quanto riesci, da quanto performi o da quanto controlli, non c’è mai un vero luogo di riposo.

La self-compassion introduce un’altra logica. 

Non toglie il desiderio di crescere. Lo rende più abitabile.

Ti permette di chiederti non solo “come posso migliorare?”, ma anche “da che luogo interiore sto cercando di migliorare?”. Dalla paura o dalla cura? Dalla vergogna o dalla lucidità? Dall’ansia di valere o dal desiderio autentico di stare meglio e vivere in modo più pieno?

Questa domanda è fondamentale.

 

La self-compassion è molto vicina alla mindfulness, perché senza una certa consapevolezza è difficile essere davvero compassionevoli con se stessi.

Se non mi accorgo di come sto, se non riconosco il dolore quando c’è, se non noto il tono del mio dialogo interno, sarà molto facile continuare a trattarmi in modo duro senza nemmeno vedere che sta succedendo.

La mindfulness, in questo senso, offre il primo passo: notare. 

Notare il dolore, la fatica, la vergogna, la tensione, la voce critica. 

La self-compassion aggiunge qualcosa in più: rispondere a tutto questo con un atteggiamento più umano.

Non basta osservare di stare male. 

A volte serve anche imparare a stare con quel male in modo diverso.

 

Per alcune persone l’auto-compassione non arriva spontanea, anzi, può risultare quasi innaturale. 

A volte perché sono cresciute in ambienti molto esigenti, molto critici o poco regolanti. 

A volte perché hanno interiorizzato l’idea che essere dure con se stesse sia l’unico modo per funzionare. A volte perché trattarsi con gentilezza fa emergere una vulnerabilità che spaventa.

Tutto questo è comprensibile.

 

Ma la self-compassion non è solo un tratto del carattere. 

Si può coltivare. 

Si può allenare imparando a riconoscere il proprio dolore senza negarlo, parlando a se stessi in modo meno ostile, ricordando che non siamo gli unici a vivere fatica e limite, e creando piccole abitudini interne di sostegno invece che di attacco.

Spesso è un lavoro sottile ma può modificare molto il clima interiore in cui viviamo.

 

La self-compassion ci permette di restare umani anche con noi stessi.

E in un mondo in cui tante persone vivono già sotto pressione, in autocritica e in affanno, imparare a non essere il proprio primo aggressore interiore non è poco. 

È una forma profonda di cura.

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