Ogni giorno, usiamo molte delle nostre energie per interpretare il comportamento delle persone che ci circondano.
Cerchiamo dei segnali per comprendere se una persona è disponibile o sta cercando di tenere le distanze, se una voce esprime preoccupazione o rabbia, se qualcuno ci sta ascoltando davvero, se la risposta che riceviamo è sincera o se nasconde qualcosa, ci chiediamo cosa pensano gli altri, che cosa provino e quali intenzioni possano avere.
Tutto questo accade molto rapidamente e forse non siamo pienamente consapevoli dei processi cognitivi che avvengono e che richiedono un’elaborazione piuttosto articolata che passa attraverso i nostri sensi e che riguarda volti, sguardi, postura, voce, movimenti, segnali del corpoper passare poi attraverdo il filtri dell’interpretazione che diamo a quello che vediamo, sentiamo, percepiamo, dalle nostre esperienze passate, dalle nostre insicurezzee, dal nostro gudizio, dal contesto, dalla cultura, dai punti di vista e dalle previsioni.
Già a scrivere questa lista approssimativa e incompleta mi manca il fiato.
Come può accadere tutto questo in una frazione di un millesimo di secondo? Ci penso e… sono sbalordita.

Le neuroscienze cognitive sociali studiano questi processi.
Si occupano cioè del modo in cui il nostro cervello elabora le informazioni di noi stessi, degli altri e delle nostre relazioni e sono un punto d’incontro tra neuroscienze cognitive, neuroscienze affettive, psicologia sociale e studio dello sviluppo.
Questi studi non osservano solo il comportamento del “cervello sociale”, ma il rapporto dinamico tra cervello, corpo, esperienza e ambiente.
Comprendere gli altri, come abbiamo capito dalla lista che mi ha lasciato senza fiato poco fa, non significa semplicemente guardare l’espressione che hanno in volto o il tono della voce, ma agganciare a questi primi segnali il contesto, l’esperienza, le ipotesi, e allo stesso tempo quello che accade crea nuove memorie, e provoca una specie di aggiornamento del nostro software, scusate, intendevo del nostro cervello.
Le neuroscienze cognitive sociali studiano i meccanismi attraverso i quali percepiamo, interpretiamo e ricordiamo le persone, riconosciamo i volti, le espressioni, comprendiamo le loro intenzioni, reagiamo alle loro emozioni, distinguiamo il nostro punto di vista da quello altrui, proviamo empatia e compassione, sviluppiamo la nostra identità ma anche lo spirito di gruppo, l’attacamento e l’appartenenza, la cooperazione, la fiducia, il rifuto, l’esclusione, la reputazione, i giudizi.
Tutti questi processi non sono a sé.
Quando incontriamo una persona, ad esempio, possiamo riconoscere il suo volto, o magari solo la sua voce, intuire il suo stato d’animo e decidere se e come interagire.
In pochi millesimi di secondi entrano in gioco percezione, memoria, emozioni, giudizi, attenzione, linguaggio e decisione.
Gli esseri umani dipendono dagli altri per molti aspetti della propria vita dall’accudimento all’apprendimento, dallo sviluppo del linguaggio, alla comprensione delle regole del gruppo, e ci sono infiniti altri esempi dai quali possiamo renderci conto che il nostro cervello si sviluppa all’interno delle relazioni e dato che sono le esperienze che ripetiamo che modellano i nostri pensieri, le nostre aspettative, i nostri timori, e il modo in cui interpretiamo la realtà, non possiamo comprendere il funzionamento dell’essere umano senza considerare i vari contesti culturali e sociali nei quali le persone nascono, crescono e interagiscono.
Spesso pensiamo di conoscere i pensieri di una persona, i suoi desideri, i suoi giudizi, ma la verità è che ognuno di noi ha una mente propria che spesso produce contenuti diversi da quelli di chiunque altro, perché legati a emozioni, informazioni, intenzioni, punti di vista, esperienze e questo ci porta spesso ad attribuire ad altri pensieri, intenzioni e giudizi che non appartengono a loro ma hanno più a che fare con noi.
Per riuscire a comprendere gli altri dobbiamo prima avere una rappresentazione di noi stessi che passa ad esempio attraverso la percezione del nostro corpo, la nostra memoria autobiografica, i nostri valori, il modo in cui interpretiamo la realtà.
Antonio Damasio ha sottolineato l’importanza del corpo nella costruzione del senso di sé; le sensazioni corporee, gli stati interni e le esperienze contribuiscono alla percezione di chi siamo ma il senso di sé si sviluppa anche attraverso le relazioni.
Impariamo qualcosa su di noi osservando come gli altri ci trattano, ascoltando ciò che ci viene detto, confrontandoci con i coetanei e costruendo ricordi condivisi.
Questo non significa che la nostra identità dipenda dagli altri, ma che la rappresentazione del nostro sé si forma attraverso un dialogo continuo fra l’esperienza personale, le nostre relazioni, la nostra cultura e il contesto sociale nel quale cresciamo.
Per questo una relazione può diventare uno spazio in cui sentirsi valorizzati e riconosciuti, ma anche un ambiente nel quale sviluppare insicurezza, vergogna o senso di inadeguatezza.
Il cervello sociale non funziona nello stesso modo in ogni ambiente.
Le nostre interpretazioni sono influenzate dalla cultura, dalla lingua, dalle regole del gruppo, dalla storia personale e dalle nostre esperienze precedenti.
Un gesto considerato rispettoso in un contesto può essere percepito come distante o inappropriato in un altro e anche il significato delle emozioni può cambiare, ad esempio in alcune famiglie viene scoraggiato esprimere apertamente le emozioni mentre in altre è perfino incoraggiato e questo esempio, ci aiuta a comprendere che il cervello interpreta i segnali sociali e culturali appresi e può fare fatica a interpretare quelli che non conosce.
Quindi per comprendere davvero il comportamento di una persona dovremo conoscere la sua storia e il significato che quel comportamento può avere per lei e non solo per noi.
Le relazioni ci aiutano a sviluppare le nostre competenze, possono farci sperimentare il senso di appartenenza ma anche essere ragione di stress.
Quando ci sentiamo rispettati, ascoltati, visti, ci sentiamo accolti e al sicuro; al contrario, vivere in un ambiente caratterizzato da conflitto continuo, critica, svalutazione o minaccia può mantenerci costantemente in uno stato di allerta.
Le neuroscienze cognitive sociali ci aiutano così a comprendere perché la qualità del contesto in cui viviamo e le relazioni che instauriamo incidano così profondamente sul nostro benessere.