“Le emozioni fanno parte di noi da sempre.
Sono risposte innate, antiche, immediate, che fanno parte della nostra natura più profonda.”
È con queste parole che ho aperto il trailer di presentazione del mio podcast, “Senza Istruzioni” (disponibile su Apple Podcast, Spotify e su YouTube e di cui potete trovare informazioni sulle Risorse del mio sito) e inizio così anche questo articolo, che mi riempie di emozione.
Se sto scrivendo un articolo sulle neuroscienze affettive è perché ho iniziato a studiarle, e, restando in tema di emozioni, mi hanno riempita di meraviglia, stupore, e... amore.
Le emozioni ci fanno andare verso quello che desideriamo, ed è così che ho iniziato a studiare, ci aiutano a rispondere a una minaccia, ci spingono a scappare, a chiedere aiuto, a cercare un abbraccio, e spesso ci aiutano a comprendere meglio una situazione, e perfino a decidere… come nel mio caso, quando ho deciso di iscrivermi a distanza di 24 anni dalla mia prima laurea a psicologia.
Per molto tempo le emozioni sono state considerate una scocciatura, qualcosa di distorto rispetto al pensiero, da ignorare o perfino cancellato.
Platone diceva: “Non spetta forse alla parte razionale il comandare, dato che essa è sapiente e ha la cura dell'intera anima? E non spetta alla parte impulsiva l'essere suddita e alleata di quella?”.
Le neuroscienze affettive hanno contribuito a cambiare questa prospettiva.

Oggi sappiamo che emozioni, motivazione, memoria, attenzione, decisioni e comportamento sono profondamente intrecciati e il nostro cervello pensa e prova emozioni contemporaneamente, e i processi cognitivi, affettivi e corporei interagiscono continuamente.
Le neuroscienze affettive studiano le basi biologiche dell’affettività: emozioni, sentimenti, piacere, disagio, motivazione, desiderio, attaccamento, regolazione emotiva e risposta alle situazioni rilevanti per la nostra sopravvivenza e il nostro benessere.
Il termine affettivo è ampio e può assumere significati leggermente diversi a seconda degli studiosi, ma in generale, possiamo dire che riguarda il modo in cui un’esperienza viene vissuta come piacevole o spiacevole, favorevole o sfavorevole, desiderabile o da evitare.
Quando proviamo paura, rabbia, tristezza o gioia, insieme a quello che pensiamo, cambia anche il nostro corpo: il battito, la respirazione, la tensione muscolare, la temperatura percepita, la postura, il tono della voce.
Possiamo avvertire un nodo alla gola, una sensazione di apertura nel petto, lo stomaco contratto, il viso caldo o le mani fredde.
Il corpo non subisce le emozioni ma contribuisce a crearle e regolarle.
Il cervello riceve continuamente informazioni sullo stato dell’organismo: pressione, battito, respirazione, equilibrio energetico, tensione, dolore, temperatura e molti altri parametri. Queste informazioni vengono integrate con molti altri fattori, così, ad esempio, una telefonata, può essere accolta con entusiasmo quando siamo riposati o quando ci sentiamo al sicuro o generare ansia quando siamo stanchi, tristi, preoccupati o stressati.
L’esperienza emotiva nasce quindi dall’interazione tra ciò che accade fuori di noi, ciò che accade dentro di noi e il significato che il cervello attribuisce a quella situazione.
Jaak Panksepp, uno degli studiosi più importanti per la nascita delle neuroscienze affettive, nei primi anni '90, studiò i sistemi emotivi di base presenti nei mammiferi, utilizzando ricerche comportamentali, farmacologiche, neuroanatomiche e di stimolazione cerebrale.
Nella sua prospettiva esistono nell’uomo e in molti mammiferi alcuni circuiti cerebrali profondi e antichi dal punto di vista evolutivo, che sono alla base delle nostre emozioni primarie che interagiscono tra loro e che possono essere modificati dall’esperienze, e che sono influenzati da quello che ci circonda, da quello che impariamo e dai nostri ricordi.
Joseph LeDoux ha studiato in modo particolare i circuiti coinvolti nella rilevazione della minaccia e nelle risposte difensive.
Le sue ricerche hanno contribuito a mostrare che il cervello può elaborare alcuni segnali potenzialmente pericolosi prima che ne diventiamo pienamente consapevoli permettendo all’organismo di prepararsi rapidamente a reagire ma ha anche messo in discussione l’idea che una singola emozione corrisponda automaticamente a una singola struttura cerebrale.
Possiamo ad esempio provare paura davanti ad un rumore improvviso e inaspettato, ma quell’emozione non attiva nel cervello la stessa struttura che attiva la paura davanti a un pericolo reale, come ad esempio un incendio.
Un altro contributo fondamentale è quello di Antonio Damasio.
Damasio ha mostrato quanto sia importante il rapporto tra cervello, corpo ed emozioni anche nei processi decisionali. Le sue ricerche hanno contribuito a mettere in discussione l’idea che decidere in modo razionale significhi eliminare ogni componente emotiva.
Gli studi sui marcatori somatici dimostrano che le esperienze precedenti possono lasciare tracce anche nel modo in cui il corpo reagisce a determinate situazioni e che questi segnali corporei possono orientare l’attenzione e contribuire a valutare rapidamente ciò che è favorevole, rischioso o non adatto a noi.
Quando dobbiamo scegliere, quindi, entrano in gioco anche le nostre sensazioni, i nostri ricordi, le nostre aspettative.
Ovviamente, le informazioni che ci arrivano dalle emozioni devono essere comprese e integrate nel modo più obiettivo possibile, con altri elementi, ma questi studi sono importanti perché dimostrano che una decisione consapevole non è mai priva di emozioni.
Le neuroscienze affettive non studiano soltanto le emozioni ma anche quello che ci spinge ad agire e che ci procura un’emozione, come ad esempio quello che ci accade quando siamo in uno stato chiamato “flow” scoperto da Mihaly Csikszentmihalyi, uno dei padri fondatori della psicologia positiva (uno stato di coscienza in cui le persone sono assorbite da quello che fanno e si sentono felici) o sul perché ad esempio, come ci spiega Sonya Lyubomirsky, sulla sua ricerca sulla felicità una volta raggiunto quello che ritenevamo ci avrebbe fatto felici ci adattiamo a quella felicità e spostiamo la nostra idea di felicità altrove.
Richard Davidson, uno dei maggiori neuroscienziati affettivi, a cui devo personalmente l’inizio del mio interesse per le neuroscienze affettive, ha studiato le differenze individuali nei processi e nella regolazione emotiva, dimostrando che le persone possono reagire diversamente agli stessi stimoli o recuperare diversamente davanti ad una stessa situazione di stress.
Il funzionamento emotivo quindi è influenzato dall’esperienza, dalle relazioni, dall’apprendimento, dalle condizioni di vita e dalle pratiche che utilizziamo per prenderci cura di noi.
Anche Paul Ekman, uno degli studiosi che mi appassionano di più, è noto per le sue ricerche sulle espressioni facciali che hanno dimostrato come le espressioni facciali, appunto, legate ad alcune emozioni, che considererà “fondamentali” possano essere riconosciute in culture diverse ma siano poi influenzate dal contesto, dalla cultura, dalla situazione e dalla persona, per cui una persona seria non sia sempre triste o arrabbiata, e una persona che sorride non è detto che provi gioia, potrebbe ad esempio provare imbarazzo.
Nel campo delle neuroscienze affettive esistono discussioni importanti su quanto le emozioni siano sistemi biologici di base, quanto dipendano dall’apprendimento e come si integri il ruolo del corpo con quello dei processi cognitivi.
Molte emozioni però, non possono essere comprese pienamente senza considerare la relazione con gli altri.
La gioia condivisa, la vergogna, il senso di appartenenza, la gelosia, la gratitudine, la compassione, il rifiuto e la solitudine hanno una componente profondamente sociale.
Dacher Keltner, che è stato uno dei miei principali insegnanti, ha studiato il ruolo delle emozioni sociali e morali, mostrando come esse contribuiscano a regolare le relazioni, favorire la cooperazione, segnalare bisogni e sostenere i legami.
Le emozioni, quindi, non riguardano soltanto ciò che accade “dentro di noi”ma anche il modo in cui siamo connessi agli altri e il significato che le relazioni hanno per la nostra sicurezza, identità e appartenenza.
Le neuroscienze affettive ci invitano a comprendere che un'emozione non è qualcosa da eliminare, ma da ascoltare, senza per questo renderla una verità assoluta da seguire senza riflettere.
Le emozioni ci forniscono informazioni, ci aiutano a orientare l’attenzione, ci preparano all’azione e ci aiutano a riconoscere i nostri bisogni.
A volte le emozioni sono influenzate da esperienze precedenti, aspettative, stanchezza o interpretazioni che non corrispondono pienamente a ciò che sta accadendo nel presente e non ci lasciano il tempo di riflettere consapevolmente su di esse, o semplicemente siamo poco abituati a farlo e ci troviamo così a seguirle e a reagire impulsivamente.
Possiamo imparare ad osservarle e osservare il modo in cui rispondiamo.
Per fare questo, dobbiamo creare quello che Viktor Frankl definisce come lo spazio fra lo stimolo e la risposta.
"Tra lo stimolo e la risposta c'è uno spazio.
In quello spazio si trova il nostro potere di scegliere la nostra risposta.
Nella nostra risposta risiede la nostra crescita e la nostra libertà."
Questo spazio tra ciò che accade e ciò che facciamo non è sempre ampio.
Può essere molto piccolo, soprattutto quando siamo stanchi, spaventati o semplicemente non siamo abituati ad osservarci, e non siamo consapevoli che esiste questa possibilità.
Richard Davidson ha dimostrato come la mindfulness e la meditazione aumentino la neuroplasticità, e quindi la nostra capacità di osservare che esiste quello che spazio che ci consente di decidere come vogliamo rispondere e adottare un cambiamento profondo scegliendo invece di reagire inconsapevolmente adattando schemi che abbiamo appreso e di cui non siamo consapevoli.
La consapevolezza non ci rende i “cacciatori delle emozioni”, non ci spinge ad analizzare tutto quello che proviamo, a darci una spiegazione, ma ci aiuta a sviluppare una maggiore attenzione ai nostri segnali corporei, ai nostri schemi abituali e alle situazioni che tendono ad attivarci e a riconoscerle con chiarezza, così da non confonderle automaticamente con la realtà o con la nostra identità.
Non siamo “persone ansiose”, “persone arrabbiate” o “persone tristi” ma possiamo provare ansia, rabbia o tristezza in determinati momenti, in certe situazioni, e possiamo imparare a comprendere meglio quello che accade, quello di cui abbiamo bisogno, a giudicarci con meno tono critico e a parlarci con più gentilezza.